Miscellanea

Coltivare senza arare: dai nativi d’America alla permacultura


L’agricoltura industriale moderna si basa sull’utilizzo di mezzi pesanti per arare i campi e sugli erbicidi per controllare le infestanti.

Si tratta di una visione propria della nostra cultura, in cui l’uomo vuole avere il pieno controllo sul campo coltivato e interviene per eliminare ogni fattore esterno. L’aratro rivoltando la zolla scompensa e impoverisce il terreno, mentre la natura è in grado di attivare una formidabile macchina di biodiversità. Dove microganismi e trasformazioni mirano a preservarlo e mantenerlo fertile in modo permanente.

Secoli di aratro e diserbi ci hanno abituato a pensare che non esista alternativa, in realtà queste tecniche non sono necessarie per coltivare, anzi, sono proprio sconvenienti. Altre esperienze lo dimostrano, dagli indigeni del Nord America, fino all’agricoltura naturale di Masanobu Fukuoka e alla permacultura, passando per precursori come Falukner, Russel Smith e la simpaticissima Ruth Stout.

L’agricoltura dei popoli indigeni del Nord America

Nella seconda metà del Settecento, quando gli europei portarono la loro agricoltura nell’America settentrionale non conoscevano le tecniche agricole e gli stili di vita dei popoli nativi. Consideravano la loro agricoltura arretrata, anche se gli indigeni non avevano particolari problemi nel trovare cibo e l’ambiente naturale dove vivevano appariva incontaminato. Gli occidentali hanno visto nel Nuovo Mondo grandi ricchezze da sfruttare e anche i più benintenzionati (come i quaccheri) convinsero gli indigeni che i metodi agricoli europei erano convenienti.

Gli Hou de no sau nee e i Seneca sono fra i gruppi che sono riusciti a conservare maggiori informazioni sulle loro antiche tradizioni agricole. First People Worldwide, un’organizzazione che finanzia progetti di sviluppo delle comunità locali di tutto il mondo, ha individuato i quattro principi delle società tribali:

  • La comunità è essenziale per la sopravvivenza.
  • L’esistenza si sostiene sull’equilibro e l’armonia.
  • La natura è fonte di conoscenza.
  • Sostenibilità e resilienza.

In accordo con questi principi le tecniche agricole dei nativi americani erano molto diverse dalle nostre. Consistevano principalmente in semine, trapianti e vangature. Gli spazi per gli orti erano ricavati effettuando delle incisioni circolari sugli alberi nel bosco, in questo modo gli alberi perdevano le foglie e lì si realizzavano aiuole rialzate per la coltivazione di ortaggi, arricchendole con scarti vegetali e animali, foglie e ulteriore terriccio di bosco. In seguito l’area veniva abbandonata così che potesse ristabilirsi spontaneamente. I raccolti erano molto abbondanti, costituiti principalmente da granturco, fagioli e zucche. Questi lavori erano svolti di solito dalle donne mentre gli uomini erano occupati nella caccia e nella pesca. Anche le attività di raccolta e utilizzo di vegetazione naturale erano molto importanti per questi popoli che avevano una vastissima conoscenza delle piante spontanee.

Secondo i rapporti dei bollettini americani, come quelli della Battaglia Clinton-Sullivan, i militari americani raccontarono di aver trovato molti campi di granturco, fagioli e zucche e grandi frutteti. I loro rapporti descrivono come avessero distrutto milioni di sacchi di cereali nel 1779 e rimasero sconcertati dalla produzione agricola di quella regione.

Abbiamo testimonianze di come i quaccheri, nel 1790 si offrirono di insegnare nuove tecniche agricole ai nativi americani nei pressi delle sponde del fiume Allegany. L’agricoltura europea si distingueva per ripulire completamente il suolo prima di coltivare. Si puntava alla semplificazione biologica: “la sola cosa che deve rimanere in un campo di cavoli sono i cavoli”. Un tale processo ha causato loro però un sacco di problemi.

All’inizio questo tipo di agricoltura andò bene perché si svolgeva su terreni naturalmente fertili che, per definizione, non erano mai stati arati. Le rese erano leggermente superiori. Non era stato considerato però che per arare e tenere pulito il campo serviva una quantità immane di lavoro e anche di bestiame per arare i campi. Dunque diventò necessario destinare del terreno al pascolo degli animali o per il loro foraggio. Quando un campo viene arato poi la fertilità decresce immediatamente e quindi le sostanze necessarie vanno reintrodotte in maniera costante, così anche l’attività di compostaggio ebbe bisogno di molto lavoro. Molti uomini da quel momento, invece di dedicarsi a caccia e pesca si dedicarono all’agricoltura, non tanto perché il lavoro fosse più pesante ma perché era aumentato in maniera considerevole.

Tutt’oggi gli interventi a seguito del dissodamento del terreno prevedono l’utilizzo di fertilizzanti chimici, pesticidi, erbicidi e macchinari complicati e costosi, generando inquinamento, facendo produrre cibo impoverito e riducendo la biodiversità vegetale e animale.

Lo diceva anche Fukuoka, padre dell’agricoltura naturale, che il primo errore è quando si ara la terra.

Critiche all’aratura

Faulkner e la follia dell’agricoltore

Ancora prima delle pubblicazioni dei più celebri Fukuoka o Bill Mollison, altri hanno criticato il sistema basato sulla aratura del terreno su larga scala. Edward H. Faulkner nel 1943 sfidò le convenzioni comuni con non poche difficoltà. Egli era un affermato divulgatore agricolo laureato in agricoltura al Cumberland College, inizialmente non trovò un editore per il suo libro Plowman’s folly (La Follia dell’Agricoltore). Alla fine L’Oklahoma Press decise di pubblicare il suo lavoro che accese un dibattito senza precedenti fra gli accademici del settore e non solo, il libro suscitò una grande reazione e in meno di un anno ebbe otto ristampe e 250.000 copie vendute. Faulkner aveva toccato un nervo scoperto, per lui l’aratura era innaturale e distruttiva, scriveva:

Da un certo punto di vista, abbiamo creato i problemi attuali legati al suolo proprio per il dubbio piacere di risolverli. Se all’inizio non fossimo andati contro la legge di natura arando il terreno, avremmo potuto evitare i problemi e anche gli sforzi per risolverli, costosi sia in termini economici che di tempo. (…) Avremmo anche evitato l’erosione, l’acidificazione dei suoli, l’aumento delle inondazioni l’abbassamento delle falde acquifere, la scomparsa della fauna selvatica, l’indurimento e l’impermeabilità del terreno.

Queste tesi crearono molto dissenso, uscirono numerose pubblicazioni per contraddirlo ma ebbe anche alcuni sostenitori: le tempeste di sabbia degli anni Trenta, causate dalle tecniche agricole intensive promosse dal governo, erano ancora ben presenti nei ricordi delle persone. Le idee di Faulkner trovarono appoggio anche da Hugh Bennet, studioso di conservazione del suolo, e parte dell’opinione pubblica si schierò dalla sua parte. La rivista Time definì il dibattito “il più caldo confronto sui temi agricoli da quando il trattore sfidò per la prima volta il cavallo”. In quegli anni gli Stati Uniti d’America erano nel Mezzo della Seconda guerra mondiale e l’ortodossia ebbe la meglio, la discussione su questi temi e la popolarità di Faulkner furono presto dimenticati.

Russel Smith: conservare il suolo

Qualche anno dopo anche J. Russel Smith, fautore della conservazione del suolo, pubblicò un libro a favore della non lavorazione del terreno. Tree Crops: a permanent agricolture fu pubblicato per la prima volta nel 1953 e si focalizza in particolare su ciò che accade quando i terreni in pendenza vengono coltivati.

Anche Smith vedeva nell’aratura la causa di molti problemi ma fino quando queste tecniche erano svolte a fondovalle era ancora accettabile. Egli si concentrò sull’erosione alla quale sono soggetti i terreni in pendenza dopo l’aratura, gli faceva “sanguinare il cuore” vedere le colline in Cina, un tempo fertili e verdi, ridotte a deserti sabbiosi e ghiaiosi solcati da profondi calanchi. Smith viaggiò molto, documentando sia il grave dissesto causato da alcune tecniche agricole, sia alcuni casi di buon adattamento ambientale da parte dell’agricoltura.

Ruth Stout: fare l’orto senza mal di schiena

Foto di agriturismo il filo di paglia

Un’altra testimonianza a favore della non aratura del terreno ci arriva da una donna affascinante di nome Ruth Stout. Fu una orticoltrice che, nel suo piccolo, riuscì a mettere in atto pratiche per minimizzare i lavori in giardino e nell’orto, teneva una rubrica su Organic Gardening e scrisse molti libri fra i quali How to have a green thumb without an aching back (1955), the Ruth Stout no-work garden book (1973), I’ve always done it my way (1775).

In questi libri racconta, alla sua maniera leggera e spiritosa, come riuscisse a coltivare un orto per due persone tutto l’anno, prendersi cura di diverse aiuole fiorite, curare una rubrica ogni settimana, rispondere a molte lettere, fare le faccende domestiche e cucinare… non facendo nessuna di queste cose dopo le 11 del mattino!

Le sue tecniche di orticoltura si basavano soprattutto sull’uso della pacciamatura organica, tantissima. Preferiva il fieno, nonostante usasse anche paglia, foglie, scarti di cucina, aghi di pino, erbacce ecc. Quando il pacciame si abbassava in seguito alle piogge o ai processi di decomposizione ne aggiungeva altro. Anche la Stout riteneva che non ci fosse bisogno di vangare, usare colture di copertura, diserbare, innaffiare o irrorare sostanze varie.

Masanobu Fukuoka e Bill Mollison

Masanobu Fukuoka fu un contadino giapponese che per 50 anni coltivò cereali, frutta e verdura nel suo podere senza mai arare i terreni. Con le sue tecniche di agricoltura naturale riuscì a ristabilire gli equilibri nel suo terreno, creando un ambiente dove la vegetazione spontanea e le piante coltivate erano a contatto e in equilibrio, non aveva bisogno neanche di concimare, estinguere le erbacce o usare prodotti chimici.

Foto di agriturismo il filo di paglia

Nel 1975 uscì il suo primo libro La rivoluzione del filo di paglia nel quale espone i principi dell’agricoltura naturale, le tecniche che usava e la sua filosofia di vita. Il libro ebbe un enorme successo e un ruolo importantissimo per ispirare molti agricoltori che ai giorni nostri seguono i suoi principi con successo.

Negli anni Settanta, un altro movimento di agricoltura alternativa iniziò ad espandersi dall’Australia dove era nato.

Nel 1978 Bill Mollison e David Holmgren pubblicarono il primo dei loro libri Permaculture One. La permacultura è un sistema di progettazione basato sull’osservazione e la comprensione dei sistemi naturali. Si cerca di integrare l’attività umana ai processi naturali con una grande attenzione per risorse come l’acqua e il suolo, promuovendo resilienza e stabilità negli ecosistemi naturali.

Ecco che pratiche come il dissodamento del terreno su larga scala non sono pervenute. Nella permacultura le coltivazioni sono molto differenziate a seconda delle necessità, del clima e del terreno, ma anche dalla distanza dalla casa. Ci sono varie “zone” progettate, quelle più prossime all’abitazione/fattoria sono più curate, con irrigazione e sistemi per controllare le infestanti (uso di pacciame), mentre man mano che ci si allontana dalla zona centrale, si lascia spazio ai frutteti, alle coltivazioni semi selvatiche e selvatiche.

Questo tipo di sistema mira all’autoregolazione e all’autonomia alimentare ed è molto efficiente dal punto di vista dell’uso dell’energia e delle risorse, in questo modo, come per Fukuoka e Stout ci si può liberare di molte pratiche non necessarie. La permacultura è diventata l’alternativa più diffusa ed efficace all’agricoltura industriale, il suo approccio basato sulla progettazione ha avuto molto successo anche perché ha saputo integrare col tempo le idee di Fukuoka e quelle dell’agricoltura sinergica di Emilia Hazelip.

La permacultura, contrariamente all’agricoltura industriale si può adattare ai territori e alle situazioni, è una buona candidata per risolvere alcuni problemi ambientali del nostro tempo e per fare riscoprire un’agricoltura sana, libera da pesticidi, erbicidi e altri prodotti chimici.


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